
Al lavoro!
Ermeneuta Pseudositheana
(erano dei libri di scuola che, per insegnare il greco ai fanciulli romani, proponevano nelle due lingue brevi testi sulla vita quotidiana)
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SURGITE: IAM VENDIT PUERIS IENTACULA PISTOR
CRISTATAEQUE SONANT UNDIQUE LUCIS AVES |
Alzatevi: già il fornaio vende delle focacce ai ragazzi per colazione
e da ogni parte i galli annunciano il nuovo giorno. |
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ACCIPIO PANEM CANDIDUM, OLIVAS, CARICAS, NUCES
BIBO AQUAM FRIGIDAM |
Mangio pane bianco, olive, fichi secchi, noci
Bevo acqua fresca |
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HABEMUS QUID CENARE? HABEMUS OMNIA!
IMPONITE MENSAS! DATE PANEM, RECIDE CASEUM, DA POMA. NEQUID VULTIS BONAS OLIVAS? DA CUPPEDIA ET PATELLAM CASEI. |
Abbiamo con cosa cenare? Abbiamo tutto!
Apparecchiate la tavola! Servite il pane, tagliate il formaggio, distribuite la frutta. Qualcuno vuole un'olivetta? Distribuite i pasticcini e i piatti di formaggio. |
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INVITO A CENA
Cenabis bene, mi Fabulle, apud me,
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(Catullo, Carm.. XIII) Con il favore degli Dei
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CHE BRICCONE!
Marrucine Asini, manu sinistra
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Ah, Asinio Marrucino!
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QUANDO SI COMINCIO' AD ECCEDERE CON IL CIBO…
Nec est mirum tunc illam (medicinam) minus negotia habuisse firmis adhuc solidisque corporibus et facili cibo nec per artem voluptatemque corrupto. Qui postquam coepit non ad tollendam sed ad incitandam famem quadri et inventae sunt mille conditurae quibus aviditas excitaretur quae desiderantibus alimenta erant onera sunt plenis.
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Non c'è affatto da meravigliarsi che allora quando gli organismi erano validi e i cibi erano semplici e non ancora corrotti ad arte per raffinatezza di piacere la medicina non avesse molto da fare. Infatti dopo che si cominciarono a preparare i cibi non per placare ma per stuzzicare la fame e furono trovati mille specie di condimenti per solleticare il desiderio, ciò che prima era alimento per gli stomachi digiuni divenne per gli stomachi ripieni un peso. |
Apicio
Marco Gavio, soprannominato Apicio dal nome di un famoso ghiottone e vissuto sotto Tiberio, scrisse il De re coquinaria.
Molto ricco, passò alla storia per le sue stravaganze culinarie: manicaretti a base di talloni di cammello, intingoli di creste tagliate a volatili vivi, triglie fatte morire nel garum della migliore qualità, oche ingrassate con fichi secchi e ingozzate con mulsum, lingue di usignoli, pavoni e fenicotteri. Seneca racconta che alla vendita all'asta di una grossa triglia di quattro libbre, egli vi rinunciò solo a cinquemila sesterzi.
Dopo avere dispensato somme folli in queste raffinatezze della tavola, si accorse di non avere più che dieci milioni di sesterzi e, piuttosto di ridurre il suo tenore di vita, egli si avvelenò.
Il termine garum è di origine greca e designava in principio un pesce o una categoria di pesci destinati alla preparazione di questo particolare condimento ottenuto dalla fermentazione di alcuni pesci ad opera dei loro stessi enzimi, in presenza di sale in funzione antisettica; era un condimento altamente proteico, composto da aminoacidi liberi, immediatamente assimilabili dall'organismo.
Abiti e calzature
Esso fu l'ingrediente principale della cucina antica. Esistevano vari tipi di garum, di cui il più conosciuto è senza dubbio il garum castimoniale che veniva usato anche in medicina contro la scabbia degli ovini, le ustioni recenti, i morsi dei cani e del coccodrillo, per guarire le ulcere, la dissenteria e le otiti.
Possiamo dire che il garum si trova davvero "in tutte le salse" nel De re coquinaria, dove Apicio, o chi per lui, inserisce il garum in oltre venti ricette, abbinandolo ai sapori più svariati.
In una ricetta Apicio consiglia di affumicare il garum che abbia preso un cattivo odore, con fumi di alloro e di cipresso; questo testimonierebbe la notizia di Plinio "odore quoque ingrato ceu gari" (Nat. Hist., 31, 90), secondo cui la salsa aveva un odore fortemente sgradevole.
L'abito ufficiale dei romani era la toga; in tempi antichi sotto la toga non si portava che un semplice indumento (subligar o subligaculum, campestre, cinctus) destinato a coprire il basso ventre. Sopra la toga per ripararsi dal freddo si portavano mantelli di vario genere (laena, lacerna, abolla ecc.).
Le DONNE, poi, coprivano la tunica, più lunga e complessa rispetto a quella degli uomini, con un'ampia veste chiamata stola. Sulla stola si mettevano dei mantelli femminili (ricinum, palla).
La tunica era un abito di lana; consisteva in due pezzi di stoffa (plagulae), cuciti insieme e stretti intorno alla vita da una cintura.
Il tipo più ricco di queste tuniche era rappresentato dalla Delamtica (di lino, lana o seta). Di questa vi era una forma speciale senza maniche chiamata colobium.
L'ornamento più comune della tunica era il clavus, una striscia di porpora. Era invece un abito che si indossava eccezionalmente la tunica palmata, ornata cioè di ricami a forma di palma. Nell'intimità della sua casa il romano stava in tunica, e si copriva se aveva freddo con un mantello o altre tuniche.
Nella maggior parte dei casi la toga era pura, cioè senza ornamenti.
la lacerna era originariamente una mantellina militare in seguito divenuta di uso comune. Il popolo le portava grezze per motivi di economia, ma chi voleva vestirsi elegante ne sfoggiava di colori vari e vivacissimi.
Nell'abito femminile si devono distinguere la tunica, la stola (l'abito nazionale delle matrone, come la toga per i maschi), le sopravvesti.
Sulla pelle le romane portavano una camicia (tunica interior, subucula, interula). Le matrone portavano la stola, un lungo vestito che scendeva fino ai piedi ed era stretto alla vita da una cintura. All'orlo estremo della stola si cuciva una balza di porpora (istita). Inizialmente come sopravveste in pubblico le romane usavano il ricinum, un semplice mantello quadrato che copriva le spalle, in seguito sostituita dalla palla, un abito molto più ampo.
I romani anche fuori casa andavano a capo scoperto, al massimo si mettevano, se pioveva, un cappuccio (cucullus).
Le fanciulle andavano a capo scoperto, e le signore conservavano la dignità matronale coprendosi la testa con un lembo del mantello.
I tipi fondamentali di calzature erano tre:
-I sandali (soleae, sandalia), tenuti fermi da striscie di cuoio infradito;
-Le ciabattine (socci);
-I calacei, calzature propria del cittadino romano, che accompagnavano la toga.
Non vi era nessuna differenza tra calzature maschili e femminili, tranne una pelle più morbida per le donne.
CAPITIS TEGMINA
Matronae Romanae numquam detegi caput sinebant: quod quidam indicium esset impudiitiae. Crines reticulis contineri vel velamine tegi poterant.
LE ACCONCIATURE
Le matrone romane non portavano mai il capo scoperto: questo sarebbe stato infatti segno di impudicizia. I capelli potevano essere trattenuti da reticelle o coperti da un velo.
ORNATRIX
Praecipuum, quod per diem matrona Romana obibat, fuco vultum illinendi comasque ornandi erat munus.
Ornatrix, una ex ancillis, officium agebat venustiorem dominam suam efficiendi.
Matronae Romanae frontem ulnasque gypso linebant, faece ora ungebant et labella, fuligine et molochitidis polvere cilia oculorumque orbes obumbrabant.
LA PETTINATRICE
La principale occupazione che la matrona romana aveva durante il giorno era quella di truccarsi il volto con il belletto e di ornare i capelli.
La pettinatrice, una delle ancelle, aveva il compito di rendere più bella la sua padrona.
Le matrone romane spalmavano la fronte e le braccia di gesso, ricoprivano la guance e le labbra di rossetto, truccavano le ciglia e il contorno degli occhi con fuliggine e polvere di malva.